Camminando in montagna (seconda parte)

LaCroix per LNC

C’era quel passo che riportava su di una targa la seguente scritta: Su questo colle transitò il 20 Giugno 1857 il grande poeta Tolstoy.
…partiti alle sei da Gressoney
saliti fino ad una cappella…
aria pura e rarefatta
suoni chiari sui monti
un ragazzo canta, discesa.
Aromi, odori di segala e melissa
canto di cuculo sui monti.”
Pace. Brusson
Lev Nikolaevic Tolstoy

‘dai diari giovanili’

Quello che ci colpiva era il passaggio sul valico con quei prati – gli ultimi – prima che il cielo e la terra, immersi nella luce, disegnassero i contorni del giorno.

Nella salita, passo dopo passo, ci inerpicavamo lungo il sentiero, lasciando i radi pini alle spalle, passando davanti ad un alpeggio, dove l’abbaiare dei cani segnalava a distanza la nostra presenza. Superavamo il muggire delle mucche ricoverate nella stalla mentre il mio sguardo curioso, abbracciava, dalla porta spalancata, quell’esile locale per fermarsi su di un tavolo con un pezzo di tela cerata, una scodella e un bottiglione di vino. Una mensola con delle rade stoviglie, e sul muro di fronte dei panni appesi che manifestavano tutta la solitudine del luogo. Proseguivamo osservando quei gruppi di pietre che formavano dei tumuli allineati lungo il versante della montagna. Fantasticavo di sepolture di eserciti impegnati a difendere alture che si gettavano sul nulla. Che fossero poi delle pietre accumulate dai montanari per liberare quei fazzoletti di prato per favorire la crescita del futuro foraggio per il gregge non toglieva nulla al loro misterioso fascino.

Salivamo poi sul costone e ci trovavamo all’improvviso sullo spartiacque di due vallate. Una cappella in pietra e un muro a secco, residuo ottocentesco di uno sbarramento austriaco, delle guerre napoleoniche ne contornava il rilievo. Ci pareva di essere sospesi tra terra e cielo, mentre l’occhio correva saltando da una roccia a un tratto di sentiero per soffermarsi all’ondeggiare dei rami di pini mossi dal vento. L’aria era frizzante nonostante il cielo terso e la luce cruda simile a quella dei giorni d’aprile. Salivamo su sfasciumi di roccia lungo la dorsale del colle. Tutti i colori del giorno erano lì, riuniti in un consesso cromatico che raramente trovavamo in città.

In quegli istanti, dopo aver abbandonato la concentrazione della salita e modulato il respiro sulla cadenza regolare del passo, respiravo profondamente ossigenando i polmoni. Di quelle estati, dove la montagna era il naturale contenitore dei miei giorni, la pineta e i sentieri diventavano i luoghi naturali di un panorama immutabile nel tempo.

Sul sentiero del ritorno, a volte accadeva che, dal cielo cupo, un temporale scoppiasse improvviso. Allora si correva in cerca di un riparo, verso la malga più vicina. Tra le saette che incendiavano il cielo e il vento che iniziava a soffiare impetuoso, tra tuoni e lampi che scaricavano le folgori sulla pietraia. L’erba dei prati si piegava sottomessa alle raffiche del vento, sembrava che una invisibile mano improvvisamente la spazzolasse. Il cielo era una tavolozza scura, dove dal grigio che incupiva in varie sfumature sino al nero più profondo, fuggivano strisce di un bianco sporco. L’acqua sferzava il viso, trascinando nell’aria frammenti di rami e foglie; e a terra si formavano improvvisi rigagnoli che facevano rotolare piccoli sassi a valle. Nonostante l’attrezzatura e le mantelline per la pioggia eravamo zuppi d’acqua. Ma la bellezza della montagna era anche quello. Poi tutto terminava, e stralci di nubi si rincorrevano lungo il vallone. Lo spettacolo era da mozzafiato.

C’era quel ruscello che, per via di una falsa pendenza e di una illusione ottica, pareva che l’acqua risalisse a monte, da dove in effetti scendeva. “L’acqua che sale” diventava così il toponimo di quel luogo. Poi i laghi, colatoi di fusione dei nevai, contrastavano con la loro superficie scura le argentee pietre degli alpeggi di alta quota. E il giorno sfumava così per incanto in quell’ambiente paradisiaco, dove il silenzio, interrotto dai rumori del bosco, era il motivo di fondo che accompagnava le giornate. Allora il pensiero abbandonava gli assilli della città, le preoccupazioni del domani e si immergeva nella forte presenza della natura. Gli stessi gesti assumevano una pacata armonia e il tempo non era più una corsa all’istante, una proiezione di momenti, bensì un lento adagio. Poi, passata la stagione, l’asfalto del ritorno ci risucchiava nelle sue corsie, mentre la sera si trasformava lentamente in notte.

Fine 

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4 risposte a Camminando in montagna (seconda parte)

  1. tachimio ha detto:

    Caro , caro Rinaldo. Mi hai talmente commossa da far piangere il mio cuore. Per me, di origine veneta, la montagna è sacra. Tu , con i tuoi scritti hai saputo riportare alla mia mente , nuovamente, (visto che purtroppo è da un po’ che spesso ci ripenso, ) momenti indimenticabili . vissuti da giovane ragazza prima e da moglie e madre poi. Percorsi straordinari fatti sulle Dolomiti con i figli piccoli, che hanno il libretto di giovani escursionisti, e il Grappa, Il Pasubio, l’Ortigara. E poi le malghe. Indimenticabili i profumi della polenta, dei formaggi freschi, dello spezzatino fumante. Grazie Rinaldo per tutto. Un bacione. Isabella

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  2. jalesh ha detto:

    Un’esperienza indimenticabile un racconto descrittivo nei minimi particolari. bellissimo Rinaldo. Complimenti

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  3. tachimio ha detto:

    Ps E come non ricordare l’altopiano di Asiago?

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  4. Rosemary3 ha detto:

    Ho vissuto emozioni, per me che vivo vicinissima al mare, sconosciute… grazie per aver condiviso…
    Ros

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