Camminando in montagna (prima parte)

LaCroix per LNC

C’era la montagna che risplendeva, lucente ovunque. Poi quella baita – l’ultima prima del sentiero che portava alla miniera -, raggruppata con altre piccole case a formare un accenno di borgata. La luce del mattino batteva su quelle pietre facendole brillare. La pineta si apriva ad anfiteatro dove, sulla piccola piazza, all’ombra della chiesa, un bar-ristorante e la fontana abbeveratoio, concludevano quella realtà.

La fontana cantava giorno e notte. L’acqua era pura e fresca. Scendeva, attraversando rocce e terreno, direttamente dalla fusione dei nevai.

Questo era l’incipit delle nostre vacanze estive.

Eravamo un gruppo famiglie, provenienti da luoghi diversi, che condividevamo un frammento dell’anno, le vacanze estive, appunto, insieme. La casa in pietra aveva anticamente ospitato minatori che lavoravano in una miniera lì vicino all’inizio del secolo. Esaurito il filone, si era poi trasformata in un alpeggio con tanto di stalla per il ricovero invernale delle mucche.

La baita era molto spartana, ma disponeva di acqua corrente ed elettricità. Una lavastoviglie, soprannominala: ”la creatura” e un gabinetto in un gabbiotto esterno, addossato all’edificio, erano le comodità.

La bellezza del luogo era paradisiaca. Tutt’attorno prati, pinete e montagne. Affacciati alla finestre, nei giorni di cielo terso, lungo la valle, oltre i suoi rilievi, si vedeva la punta immacolata del Monte Bianco. Bianche nubi si sfilacciavano nel cielo sino a dissolversi. La pineta era una chioma mossa dal vento. I tramonti tavolozze di colore, e di notte, le stelle coronavano un diadema in cielo.

I canti, le risate e le escursioni erano d’obbligo.

Nei giorni in cui tirava forte vento, e il cielo era liscio come una tavola di marmo, un vociare di bambini e genitori, corteggiava aquiloni che salivano nel cielo.

Raffiche di vento soffiavano su quelle fragili vele. Beccheggiavano prima di sollevarsi in volo, e strattonando la fune, salivano… salivano sino a colorare l’azzurro del cielo.

Il filo di nylon correva sulla carrucola come correvano i nostri giorni estivi, e noi adulti ritornavamo, in quei pomeriggi assolati, nuovamente bambini.

Succedeva, a volte, che una improvvisa forte raffica di vento strappasse l’esile filo, allora l’aquilone sembrava un uccello ferito; svolazzava a destra e sinistra prima di schiantarsi su qualche pino. Lì, sembrava un panno steso ad asciugare al sole. Allora il gioco terminava improvviso.

I tre laghi di Frudiera erano una delle mete d’escursione. Si saliva lasciando la valle alle spalle, tagliando dal sentiero su prati ripidi. Non era alpinismo, ma montagna. Pura montagna. L’alpinismo, quello vero, lo leggevamo tra le pagine di Walter Bonatti o di Reinhold Messner. Camminavamo in mezzo alla natura, incrociavamo poche persone. Singolare era il passo della postina che, in perfetta divisa con tanto di berretto con visiera e la sua borsa in cuoio, portava la posta ad un alpeggio. Faticavamo a starle dietro. Distanziandoci, il suo viso rubicondo e abbronzato dal sole, si apriva in un sorriso nel salutarci.

C’erano dei momenti in cui, abbandonata la comunità, la comitiva dei compagni di vacanza, mi inoltravo nella pineta in cerca di me stesso. Il silenzio del bosco si mescolava tra le lame di luce che attraversavano i rami dei pini e degli abeti. Il sottobosco era quieto, misterioso. Il sentiero portava alla vecchia miniera abbandonata. A fianco di uno degli ingressi, i resti di un compressore, lasciato lì da un tempo immemorabile, parevano un rudere preistorico immerso nel sonno. Due tronconi di rotaia divelti marcavano, con i resti di traversine marcite, l’ingresso alla miniera. Un antro buio e umido, dalla cui roccia stillavano gocce d’acqua, sudore delle viscere della terra.

Poi il sentiero saliva e scendeva sino a strapiombare sulla valle. Lì, c’era uno spiazzo panoramico privo di vegetazione. Seduto su una grande roccia che guardava sul vuoto, lasciavo vagare il pensiero osservando il fondo valle, dove si snodava come un serpente la minuscola carreggiata.

Sospeso dalle azioni mi lasciavo esistere. Contemplavo il vede boschivo nelle varie sue declinazioni di colore, lo scintillio argenteo delle rocce, dei prati e delle lose dei tetti.

Il tempo fuggiva dall’istante e tutto sembrava eterno ed immobile.

Fine della prima parte  – fotografia dell’autore

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3 risposte a Camminando in montagna (prima parte)

  1. tinamannelli ha detto:

    Che meraviglia, estati memorabili, pace e natura. Racconto chiaro . descrittivo, sembra di esserci in montagna. Bravissimo, complimenti ❤

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  2. jalesh ha detto:

    La pace in mezzo alla natura splendida descrizione bellissimo racconto. Complimenti carissimo Rinaldo buona domenica bisous

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  3. Rosemary3 ha detto:

    Un racconto che trasmette intense emozioni, Rinaldo: sembra viverle in prima persona…
    Ros

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